Don Giovanni al Priamar per l'Opera Giocosa. La recensione

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Regia intelligente e molto stratificata di Elisabetta Courir. Simone Alberghini ottimo protagonista per un cast sopra la media. Ma non tutto convince

Simone Alberghini (Don Giovanni)

Simone Alberghini (Don Giovanni)

Savona (Savona)
Domenica 15 luglio 2012 ore 16:00

di
Matteo Paoletti

Opera complessa e tra le più stratificate del repertorio, il Don Giovanni di Mozart ha debuttato ieri sera al Priamàr per la stagione estiva dell'Opera Giocosa. L'allestimento è nuovo di zecca e realizzato in coproduzione con il Carlo Felice di Genova, che a Savona ha portato la sua orchestra: tuttavia sarà difficile – tarato com'è sulle dimensioni del Priàmar – rivedere questo Don Giovanni sulle scene del massimo genovese nella stagione 2012-2013 tuttora in via di definizione.

Lo spettacolo nel suo insieme ha convinto grazie a una lettura registica intelligente – per quanto forse non immediatamente accessibile a un pubblico estivo per definizione - e un cast di buon livello, con la decisiva punta dell'ottimo Don Giovanni di Simone Alberghini.
La regia di Elisabetta Courir dietro un'apparente semplicità mozartiana nasconde soluzioni di grande raffinatezza, alternate a trovate di grana decisamente grossa: lo scenografo Guido Fiorato appronta una scena spoglia, dominata da cinque elementi mobili che diventano di volta in volta bare, tavoli, panche e porte, innescando un ricco cortocircuito di significati in accordo con lo sterminato sottotesto reso possibile dal “dramma giocoso” di Mozart - Da Ponte.

Tra i passaggi più riusciti, la soluzione con cui la regista pone fine al gioco dei travestimenti che domina il secondo atto: Leporello (Simone del Savio) – nei panni del padrone – si rifugia nel tavolo-bara per sfuggire alla caccia degli altri personaggi. Seppellisce così se stesso e la burla, lanciando il finale verso la tragedia: quando riemerge dal feretro implorando il perdono è travestito da Don Giovanni e compie l'unico gesto che potrebbe salvare il libertino. Ma si tratta, appunto, di un travestimento. E mentre lui si salva, il dissoluto padrone – irremovibile sulla propria condotta - sarà spedito “con Proserpina e Pluton” più dalla noiosissima e ipocrita noblesse oblige dei benpensanti che lo circondano che non dalle sue scelte libertine. Che, in fondo, attirano tutta la nostra simpatia.

In questa tragedia notturna, Don Giovanni diventa un principe delle tenebre, quasi un vampiro: fin dalle prime battute, il suo sterminato mantello nero diventa prima un lenzuolo per dominare Donna Anna, poi un drappo nel quale avvolgere la salma del Commendatore (Manrico Signorini), infine un cielo stellato dal quale emerge a mo' di luna (soluzione che molto toglie della solennità del finale) il faccione cadaverico del Commendatore assassinato che richiama a sé il dissoluto.
Simone Alberghini è un Don Giovanni convincente per la presenza, lo slancio e per la voce di vero bass-bariton: molto più che un playboy da strapazzo, per lui le donne sono necessarie come il sangue per un vampiro (altro che “l'aria che respiro” del libretto!).
Nel primo atto la scelta fa un po' Twilight, poi ci si abitua al profluvio di cerone bianco e ai bei costumi glamour, che alternando la gamma cromatica dal total black al total white scandiscono i quadri: il mondo dei nobili è nero e popolato di bare, quello dei contadini è bianco e le bare diventano panche sulle quali amoreggiare.

In una lettura così ricca, non tutto riesce a convincere: se alcuni scostamenti dal libretto scavano il senso della pagina mozartiana, altri risultano forzati, come la scelta di far cantare a Don Giovanni in persona (e non a Leporello travestito) la serenata a Donna Elvira, facendo perdere il senso della burla. Convince poco anche la trasformazione di Donna Elvira in una sorta di virago a caccia di Don Giovanni: armata progressivamente di pugnale, pistola, moschetto e lazo, a forza di accumulazione il rischio del macchiettismo è sempre dietro l'angolo.

Poco convincente anche l'esplosione di coriandoli a conclusione della morale che chiude l'opera (Ah, dov'è il perfido?): quel brano è messo sì lì a bella posta da Mozart per rispettare la convenzione teatrale dell'happy ending, ma dalla pagina traspare tutto il vuoto che la dipartita del dissoluto ha lasciato in ognuno dei personaggi con cui è entrato in contatto. Insomma, tra chi si chiude in convento (Donna Elvira) e chi chiede una pausa di riflessione (Donn'Anna), rimasti soli i moralisti hanno poco da festeggiare. E infatti, manco a farlo apposta, alla prima di ieri sera i botti si sono inceppati tra le mani dei protagonisti.

Cast vocale sopra la media. Donna Anna di bel timbro e intonazione è Irina Dubrovskaya, Violetta apprezzata nelle scorse stagioni di Carlo Felice e Opera Giocosa a suo agio anche alle prese con la pagina mozartiana, pur con uno spessore che raramente sfoga nel tragico.

Sul piano vocale propriamente mozartiano la Elvira di Anna Maria Chiuri non sembra del tutto a proprio agio (soprattutto nell'aria di sortita), anche se con l'evolversi della vicenda la cantante si riprende decisamente, strappando applausi convinti in tutte le arie successive.

Ginnico il Leporello di Simone del Savio, che entra sempre in scena con capriole all'indietro e regala momenti validi sul piano attoriale nelle continue schermaglie con il Don Giovanni di Alberghini. Bene il Don Ottavio di Francesco Marsiglia e Zerlina di gran mestiere quella di Linda Campanella, che abbindola con gusto un Masetto non proprio a fuoco (Matteo Peirone).

Salito sul podio, il direttore artistico dell'Opera Giocosa Giovanni Di Stefano opta per tempi rapidi (a tratti missilistici) pur riuscendo a dare una lettura sempre ordinata della complessa pagina mozartiana, mantenendo costante l'attenzione dell'ascoltatore nell'alternarsi di recitativi e pezzi chiusi.

L'orchestra del Carlo Felice – che riascolteremo a fine mese in un concerto sinfonico – regala un'esecuzione molto professionale, in parte fallata dalla scelta di parecchi orchestrali (abituale nel golfo mistico affossato del teatro, ma decisamente stonata con la buca ad altezza pubblico del Priamàr) di correre verso le uscite mentre piovevano i generosi applausi finali al cast.

Questa sera replica.

Matteo Paoletti
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Leporello riemerge dalla bara travestito da Don Giovanni, implorando il perdono

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