La vita che continua dopo un suicidio. La scrittrice savonese torna in libreria. Pubblichiamo un estratto del suo ultimo libro
Savona
Giovedi 14 giugno 2012
Sabato 16 giugno, alle ore 18.00, presso la Libreria Ubik di Savona (corso Italia 116 r), Michela Tilli presenta il romanzo Tutti tranne Giulia (Fernandel, 2012, 208 pp, 14 Eu). Introduce Angelica Lubrano.
Di seguito, pubblichiamo un estratto del libro.
«Si sente male, signora?»
La voce che le aveva parlato era giovane, squillante, piena di vita
e apparteneva a una fifi gura sfocata che si protendeva in avanti,
pur mantenendo una certa distanza. Teresa, aggrappata saldamente
alla cancellata, spostò la testa indietro per metterla a
fuoco. Davanti a lei c’era una ragazzina con i
capelli corti da una parte e lunghi dall’altra, un
orecchio messo in evidenza da una serie di orecchini come chiodi
piantati male e un rossetto viola prugna.
«Si sente male, signora?»
Teresa non riuscì a rispondere. Le girava solo la testa, in
un altro momento non si sarebbe nemmeno fermata, avrebbe sospirato
e tirato avanti, ma adesso era come se il suo corpo cercasse
l’abbandono per poter fifi nalmente soccombere e non dover
più reggere il dolore che le martellava i pensieri. No, non
stava bene, non sarebbe stata bene mai più.
«Vuole che chiami
un’ambulanza?»
Ecco, pensò Teresa, questa è una domanda alla quale
posso rispondere.
«No, grazie, no. Non mi serve un’ambulanza».
«Allora forse è meglio togliersi di qui,
dall’incrocio. Magari potrebbe sedersi laggiù, davanti
alla chiesa».
«Stavo andando proprio là».
«Allora la aiuto».
La ragazza le cinse la vita con un braccio forte, con le movenze di
un’infermiera esperta, e le offrì l’altra mano
per appoggiarsi. Teresa lasciò il cancello e si affifi
dò alla sua presa, e così allacciate mossero i primi
passi sul marciapiede. Non si era mai sentita tanto vecchia
e tanto debole. Le sue gambe, sottili come grissini,
fasciate nei collant trasparenti che mettevano in evidenza le
protuberanze appuntite delle caviglie, a ogni avanzamento
sembravano doversi spezzare. Guardò il profifi lo della
ragazza, che le mostrava il lato rasato, dove i capelli erano
ispidi e raccolti in ciuffifi con la gelatina, e considerò
quanto tempo dovesse impiegare una ragazza con quel bel visino a
rendersi tanto brutta.
Il colore del rossetto avrebbe reso volgare il volto più
dolce, e i ferri che spuntavano dall’orecchio lo deturpavano.
Pensò che da qualche parte c’era qualcuno che la
lasciava uscire di casa conciata in quel modo, e forse si chiedeva
dove avesse sbagliato e non si dava pace. Anche lei aveva
visto le pene dell’inferno quando la sua Giulia aveva
quell’età. Per qualche anno li aveva fatti
impazzire, passando le notti fuori come una poco di buono e
sopportando con orgoglio le punizioni che suo padre le inflfl
iggeva, come se si trattasse di una sfifi da tra lei e il mondo
intero. Solo una volta Edoardo, buon’anima, le aveva tirato
una sberla, e quando Giulia aveva raddrizzato la testa, sul suo
volto c’era un sorriso pieno di disprezzo e trionfo, come se
pensasse di aver vinto una battaglia e dimostrato qual era la vera
natura dei suoi aguzzini. Edoardo, pensò Teresa, beato te
che te ne sei andato prima! Beato te che non hai dovuto sopportare
questo strazio.
Si arrestò, puntando le gambe come un mulo, il corpo
tutto un tremito, mentre pensava alla sfortunata sorte che le era
toccata, di sopravvivere, sola, alla sua famiglia. La ragazza che
l’accompagnava l’assecondò paziente, non la
forzò a continuare, non le rivolse domande, e piano piano
ripresero a camminare. Anche la sua Giulia era stata un cuore
d’oro, sebbene si vergognasse di loro. Perché Teresa
lo aveva capito, che si dispiaceva di essere ricca, e che sarebbe
stata più felice se avesse dovuto lottare per il pane,
aggiungere i buchi alla cintura, andare a lavorare invece di stare
tutto il giorno su quei libri. Si fermò, obbligando anche la
ragazza a fermarsi con lei.
«Tutto bene? Ce la fa? Ci riposiamo un po’».
La sua mano scarna tremava ancora e anche le gambe, instabili. Il
matrimonio con Giovanni sembrava aver messo tutto a posto, ma era
stata solo una tregua. Una resa. Una sconfifi tta.
«Devo sedermi».
«Venga, siamo quasi arrivati. Un ultimo piccolo
sforzo».
I passanti le superavano senza fermarsi, nessuno badava a loro,
solo qualcuno gettava un’occhiata distratta alla strana
pettinatura e tirava dritto per la sua strada. Raggiunsero il
cancello della chiesa e salirono sul sagrato, dove fifi nalmente
Teresa poté abbandonarsi sul muretto. Quando fu seduta, la
donna si accorse che altre due ragazze le avevano
seguite, a pochi metri di distanza, tenendosi a braccetto
e traffifi cando con i cellulari.
«Sono le mie amiche», disse la giovane notando la
direzione del suo sguardo.
«Allora vai, cara, vai dalle tue amiche, adesso mi
riprendo» mormorò Teresa.
«No, signora, non mi va di lasciarla qui da sola. Se sta di
nuovo male, qui fifi no alle sei può capitare che non la
veda nessuno, i preti passano dall’altra
parte…»
Le due amiche, che davano segni di impazienza, erano tornate sul
marciapiede. La ragazza si guardò intorno e si sedette
accanto a lei.
Teresa scosse la testa.
«Non le faranno il funerale» disse.
La sua accompagnatrice non osò fare domande.
«E io come faccio, se non le fanno il funerale?»
Gli occhi di Teresa si erano riempiti di lacrime, che cominciarono
a scorrere copiose sul volto secco. Sembrava essersi dimenticata di
tutto quello che la circondava, ma quando alzò il capo e
incrociò lo sguardo della sua giovane benefattrice
tornò alla realtà.
«È morta mia fifi glia due giorni fa. Aveva
due ragazzi, della tua età» disse.
«Ma allora, lei è la nonna di Luca?»
Teresa ci pensò un attimo, poi annuì. «Lo
conosci?»
«Siamo compagni di classe. Mi dispiace tanto, signora»
disse la ragazza, contrita. Si voltò verso le due compagne,
e attraverso le sbarre del cancello fece loro dei segni.
«Vuole che lo chiami?»
«No, no, ti prego. Sta soffrendo tanto, povero ragazzo. Non
voglio che si debba occupare anche di questa vecchia».
«Facciamo così, vado a vedere se c’è
qualcuno dentro, oppure in oratorio…»
Teresa annuì ancora e chiuse gli occhi.
La ragazza si alzò.
«Se mi assicura che sta meglio» disse, «la lascio
un momento».
«Come ti chiami?»
«Jessica».
«Grazie, Jessica».
Quando si fu allontanata, Teresa si pentì di averla
lasciata correre in cerca di aiuto. Sperò che almeno
trovasse il parroco e non una di quelle donne che avevano
cominciato a spettegolare, perché sapeva benissimo che cosa
si diceva già nel quartiere. Due giorni e non era
ancora comparso un manifesto funebre, né un drappo
al portone. Due giorni di chiacchiere malevole, con i carabinieri
che andavano e venivano, facevano domande a tutti e intanto non le
restituivano il corpo della sua povera bambina.
Se almeno Jessica avesse trovato don Nicola, che era un uomo buono,
pensava Teresa, avrebbe potuto chiedergli di rassicurarla, di
promettere che avrebbero fatto il funerale alla sua creatura, che
aveva sofferto abbastanza. Se non per Giulia, che in chiesa non ci
andava e aveva le sue idee strane, avrebbero dovuto farlo per lei,
che alla sua età non aveva più niente.
Da lontano vide arrivare suor Adele, quasi di
corsa, che attraversando con la gonna svolazzante il piccolo
parcheggio vuoto sembrava una grossa farfalla di città.
Dietro di lei, Teresa vide la fifi gura robusta di Jessica
allontanarsi e sparire verso la strada dopo aver alzato veloce la
mano in un saluto incerto.
«Teresa!» esclamò la suora avvicinandosi e
allungando le mani aperte verso di lei. «Ho saputo,
ho saputo, che notizia terribile. La povera
Giulia!»
Teresa guardò quelle mani tese e restò immobile,
lasciandosi abbracciare.
«Vieni. Entriamo in chiesa insieme. Vuoi?»
Era uscita con l’intento di parlare con qualcuno, ma ora che
si trovava la suora davanti si sentiva svuotata. Voleva
quel funerale a tutti i costi, perché la gente smettesse di
parlare, ma non aveva nessun desiderio di pregare,
né di entrare in chiesa, e non voleva nemmeno essere
consolata. Morire era l’unica cosa che le avrebbe dato
sollievo, l’unica via d’uscita, ma quel pensiero la
riportava subito al gesto di Giulia,
all’incomprensibile decisione di togliersi la
vita, e anche il pensiero della morte le sembrava subito
insopportabile.
«Doveva prendersi me, non lei! Me, doveva
prendersi…» singhiozzò tra le braccia della
suora.
«Non dire così Teresa, non dirlo… Vieni con
me».
«No! Non ce la faccio, sorella. Non ho le forze».
«Ma sei arrivata fifi n qui…»
Teresa pensò a Jessica, alla sua presenza gentile senza
pretese e rimpianse di non averle chiesto di chiamare semplicemente
un’ambulanza. Si vide in un letto d’ospedale, in mezzo
a infermiere che si prendevano cura del suo corpo inutile e non si
curavano dei suoi pensieri.
«Voglio andare a casa. Ho bisogno di andare a casa
mia».
La suora mormorò qualcosa.
«Ti faccio accompagnare» disse poi. «Chi
c’è con te? Non vorrai stare da sola? Potresti andare
dai tuoi nipoti».
Teresa scosse la testa.
«Vuoi che chiamiamo un medico?»
«No, voglio solo tornare a casa».
«Va bene. Dirò al parroco di passare lui da te dopo la
funzione.
Va bene?»
Teresa annuì, stanca, incapace di replicare. Si prese la
testa fra le mani e ripiegandosi su se stessa lentamente
voltò le spalle curve alla suora e al mondo.
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Tutti tranne Giulia (Fernandel, 2012, 208 pp, 14 Eu) di Michela Tilli
Giulia non c'è più, ma la vita, quella degli altri, continua. Dicono che sembrava felice, che non era depressa, che non ne aveva motivo. Dicono che non le mancava niente. E allora perché? Forse è tardi per chiederselo, o forse c’è ancora qualcosa che si può comprendere.
Attraverso le vicende di chi resta – del marito che scopre che le altre donne sembravano più attraenti quando era sposato, dei figli ormai grandi che scendono a patti con la loro identità, dello psicoterapeuta che non l’ha capita abbastanza e del maresciallo che non crede al suo suicidio – emerge in filigrana la storia della protagonista, la grande assente, e delle ragioni che l'hanno portata a commettere un atto che potrebbe sembrare di disperazione, o forse di follia, o addirittura di assoluta libertà.
L'autrice
Michela Tilli è nata a Savona nel 1974 e vive a Monza. La vita sospesa è il suo primo romanzo. Sulla rivista Fernandel ha pubblicato alcuni racconti, fra cui Sacro cuore e Diario di un impostore.
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