In un'afosa domenica di
agosto, mentre prepara una scrupolosissima istruttoria su un traffico di
immigrati cinesi destinati a lavorare come schiavi nei laboratori clandestini,
costringendo così il suo giovane assistente a riprodurre migliaia e migliaia di
fotocopie, al Procuratore Toccalossi cade l'occhio su una vecchia fotografia
che, insieme all'incipit di una lettera d'amore, apre la cateratta dei
ricordi.
Comincia allora a raccontare al povero maresciallo Centofanti, sepolto sotto
una montagna di fogli, la storia di una vecchia indagine del 1977, quando
Toccalossi era giudice istruttore di prima nomina a Genova. Tra presente e passato si
snoda così la storia di Vito Cardella, giovane boss appena uscito dal carcere,
che contro il parere del fratello maggiore, avvia un commercio di eroina con i
marsigliesi fino a mettersi nei pasticci e rischiare di essere ammazzato.
Vito ama il lusso, le belle
donne e, soprattutto, la musica rock, della quale è un grande intenditore (e
Centazzo con lui), conoscendo a menadito spartiti, biografie e piccoli
pettegolezzi sulle star del genere musicale ‘maledetto’ per eccellenza. A
dispetto dell’efferatezza dell’operazione (aprire le porte all’eroina sul
mercato genovese), la simpatia del magistrato (e dell’autore) per lo
scapestrato Vito è evidente fin dal principio. La sua mancanza di scrupoli
sembra più frutto di incoscienza che di una effettiva disposizione criminale.
In lui sembrano convivere due personaggi: il guappo
tronfio e pronto a tutto pur di far soldi facili e il ragazzo intelligente e un
po’ frescone che da una radio locale intrattiene il suo pubblico con le
mirabolanti e improbabili storie di un personaggio chiamato Mister Rock,
millantando, senza pretendere di essere creduto, la conoscenza di tutti i divi
e manager che hanno fatto la storia del rock in America e in Europa.
Occorre peraltro ricordare
che i due antagonisti, il giudice maturo del presente e il mariuolo degli anni
Settanta, hanno un tratto in comune: coltivano entrambi in segreto il tarlo
dell’abbandono; le donne che amavano, infatti, li hanno lasciati soli a
leccarsi le ferite.
Centazzo racconta questa storia con una scrittura senza freni, straboccante,
talvolta immaginifica e barocca (c’è il sole che si riflette sull’asfalto, nero
luccicante a specchio, grigio mantello, manto di pipistrello, catrame
appiccicoso, nastro corvino oleoso), ricca di metafore arzigogolate e complesse
che lascia ampio spazio ai pensieri dei protagonisti (si veda la pagina sul
teatrino dell’amore clandestino, o la similitudine tra i
fuochi d’artificio e le truffe). Talvolta utilizza il registro dell’ironia,
discettando, per esempio, sulla stagione autunnale (…l’autunno! La stagione
più bistrattata dell’anno perché ha un solo difetto: presentarsi dopo l’estate), oppure gioca con la
leggenda dei chinotti di Savona.
Altre volte invece la metafora piega su un cupo rimuginare, paragonando
Toccalossi afflitto da insonnia angosciosa a una bottiglia
(Se era in
attività, occupato, in posizione retta a fare qualsiasi cosa, dimenticava i
problemi, ma non appena si coricava sul letto ecco che… il liquido si riversava
fuori… Pensieri che bagnavano il letto sotto forma di sudore).
Due parole sulla città.
L’autore vive e lavora a Savona e nei suoi libri la racconta con dovizia di
particolari. A leggere certe pagine di questo romanzo, tuttavia, non sembra affatto amarla. Dopo averla
paragonata a una donna appena alzata dal letto, priva di trucco e con i capelli
arruffati. Un po’ sciatta, rincara la dose affermando che, mentre la donna nel
corso della giornata, si riprende, Savona no, anzi, nel pomeriggio appare
ancora più triste, con le strade ingolfate dal traffico e il grigio che si
stampa sulle facciate dei palazzi per giungere al culmine della sua disfatta a
sera.
E qui attacca una filippica senza indulgenza su una città dove niente cambia,
tutto resta così come è sempre stato, statico, fisso, fermo, se non il
paesaggio costantemente abbrutito dalla barbarie della cementificazione. E però… Questa impressione
vacilla non appena, nel corso del racconto, la pagina ci fornisce uno scorcio
della città vecchia o nel momento in cui un personaggio incontra il mare. Allora il legame
con la città emerge con tutta la forza riparatrice di cui la scrittura è
capace. Così anche Savona, come il suo Procuratore, da burbero e altezzoso che
era in gioventù, con il passare del tempo e osservando le proprie ferite
finisce per addolcirsi e riscoprire la dimensione della tenerezza, che,
inevitabilmente, è figlia dei ricordi e della nostalgia per tutto ciò che
abbiamo perduto per sempre.
Del resto, l’idea di
ambientare la vicenda negli anni Settanta e la conclusione 'a sorpresa' del
romanzo non lasciano dubbi sulla natura di questa storia gialla (e, forse,
sulla cifra più toccante della scrittura dell’autore): la celebrazione,
struggente ed elegiaca, delle cose che non sono più.