Che succede se una donzella parigina della buona borghesia, appartata in un bosco con l'amante militare, si fa mangiare da un cavallo il prezioso cappello di paglia arrivato da Firenze? Un sacco di risate, se a casa c'è un marito tanto geloso quanto vendicativo che l'aspetta: e l'agognatissimo copricapo diventa il detonatore di un'esilarante commedia fatta di porte che si aprono e si chiudono, uno sposalizio che rischia continuamente di andare in fumo e immersioni in quadri stilizzati e caricaturali della belle époque. Due ore di spettacolo che passano leggere, in un allegro vaudeville.
Già, perché è proprio lo spirito di un elegante varietà il tratto distintivo della regia messa a punto da Elena Barbalich per il Cappello di paglia di Firenze, omaggio a Nino Rota che il Teatro dell'Opera Giocosa ha scelto di mettere in scena nel centenario della nascita del compositore amato da Fellini.
Scritto tra 1944 e 1945 - ma la prima è del 1955 – il Cappello è un divertissement nato al di fuori delle proposte della musica colta contemporanea dell'epoca, e forse proprio per questo è l'ultima opera del nostro Novecento a essere entrata con alterne fortune nel repertorio.
Abbiamo assistito alla prova generale (la prima a Savona è sabato 12 novembre, alle ore 20.30) in un Chiabrera traboccante di studenti delle scuole medie e superiori: un modo intelligente con cui la direzione dell'ente lirico savonese cerca di stimolare il pubblico di domani. Il messaggio è semplice: anche all'opera ci si può divertire. E i ragazzi in effetti reagiscono bene: ridono, commentano, si stupiscono. E poco male se a volte parlottano tra loro: meglio un pubblico attivo e curioso in jeans e bomber che tanti abbonati sonnolenti in toilette da grande soirée. E prendere il treno con loro, sentirli canticchiare qualche passaggio e parlare a caldo dell'esperienza fa pensare che l'opera, nonostante tutto, è ancora cosa viva.
La lettura di Barbalich è chiara: il Cappello è una commedia favolesca, drammaturgicamente zoppicante, senza troppe implicazioni sociali; tentare di introdurvi un contenuto politico, sfruttando le diverse estrazioni dei vari personaggi, dalle sartine al giogo della modista, al coro di parvenue campagnoli parenti della sposa, è una forzatura. Ci provò Strehler nel 1958, leggendo in Rota un po' di Brecht.
In questa produzione le sfaccettature si perdono in funzione della scorrevolezza. E il quadro che ne esce è molto positivo: se l'obiettivo dello spettacolo è divertire, il risultato è raggiunto, grazie a un ensemble credibile e a una recitazione adeguata allo scopo, pur con prestazioni discontinue. Convincente soprattutto la prova di Leonardo Cortellazzi (Fadinard), buon attore dalla voce molto piccola (ma, ricordiamo, è una generale e sono le 10 del mattino).
Molto divertente il modo in cui è trattato l'onnipresente coro di contadini arricchiti, guidato dal vecchio Nanoncourt: ricordano a tratti la banda di musicisti balcanici in Underground di Kusturica.
Luminosi i costumi di Tommaso Lagattolla, anche scenografo dell'allestimento, che richiamo il liberty senza scadere nella filologia. Le scenografie, stilizzate e funzionali ai rapidi rivolgimenti della trama, esemplificano l'anima vaudeville dell'allestimento. A scanso d'equivoci, lo stesso boccascena è inscritto in una cornice di lampadine che accendendosi e spegnendosi sottolineano alcuni passaggi drammaturgici, come i lampi che commentano le improvvise svolte della trama. Elegante e d'effetto la scena del temporale, con fondale in tulle, ombrelli sospesi e pattinatori sullo sfondo.
Sul podio Giovanni Di Stefano, direttore artistico dell'Opera Giocosa, dirige in camicia e pullover, e dà una lettura godibile della partitura, in grande sintonia con il palcoscenico.