Una Traviata con molte ombre e poche luci quella andata in scena alla Fortezza del Priamàr mercoledì 14 luglio 2010; non solo - purtroppo - a causa dell'ambientazione cupa voluta da Stefano Monti, regista, scenografo e costumista dell'allestimento.
Dopo l'ottima impressione di Cavalleria Rusticana, nuova produzione dell'Opera Giocosa andata in scena a fine giugno con una regia fresca e intelligente, questa ripresa di Traviata mostra - a soli sei anni dalla prima - il peso di un allestimento dannunziano, viziato da molti eccessi didascalici: nonostante la gradevolezza dei nuovi costumi liberty, la necessità registica di rendere visibile ogni sottotesto giunge spesso ai limiti di un involontario ridicolo.
Le carte e gli spadini che si agitano sul fondale durante la disfida al tavolo da gioco o le marionette danzanti nel carnevale del terzo atto diventano un espediente superfluo che, unito alle movenze farsesche ed eccessivamente cariche del terzetto Flora-Gastone-Marchese, stonano vistosamente con la stilizzazione di una scenografia che potrebbe evocare ma preferisce inseguire la soluzione più semplice.
In questa Traviata di russi (tre gli ex-sovietici nei ruoli principali) dalle molte ombre, si perde anche l'ottima prova d'attrice di Irina Dubrovskaya - unica luce pura dell'allestimento -, una Violetta talmente convincente da sembrare fuori luogo: nei momenti intimi con un Alfredo (Sergey Romanovsky) statico e impacciato, la statura della Dubrovskaya mette a nudo i limiti del compagno e dei comprimari.
Il giovanissimo soprano russo (classe 1981) dà alla sua Violetta una lettura scenica e vocale convincente, assecondando molto bene l'evoluzione di un personaggio che nei tre atti canta in maniera sempre diversa, passando dalle fioriture di coloratura del primo atto alle mezze voci drammatiche del finale.
Sebbene il timbro non sia convenzionale, Dubrovskaya regge la parte in maniera egregia, si sforza di far comprendere ogni singola parola del libretto e - in un insieme mediocre - giganteggia.
Lo stesso non si può dire dell'altrettanto giovane Romanovsky, con una voce non del tutto matura e con cali d'intonazione vertiginosi: nonostante il coraggio nell'affrontare la cabaletta in apertura del secondo atto (O mio rimorso), con tanto di do di petto, il risultato resta molto lontano dall'ispirazione.
Il terzo russo in scena è un nome prestigioso, Vitaliy Bilyy, cantante leggermente più vecchio degli altri e con esperienza al Metropolitan di New York. Il suo è un Giorgio Germont spessissimo, scenicamente valido e dall'intonazione stabile e sicura.
Purtroppo la sua corda di basso colora verso il grave una parte scritta da Verdi per baritono, con un ristultato che non può convincere del tutto: nel melodramma ottocentesco le parti principali sono chiare e convenzionali, (l'eroe-tenore, l'eroina-soprano e l'antagonista-baritono), lontane dalle sfumature di un Don Giovanni bass-bariton; in questo caso la scelta di non rispettare la partitura non paga nella prova del palcoscenico.
Sul podio l'esperto Fabrizio Maria Carminati dirige con passione e fa quel che può per amalgamare il suono di un'Orchestra Sinfonica di Savona frammentata nelle diverse sezioni e non del tutto matura.
Si conferma invece una certezza il coro lirico Pietro Mascagni di Savona, solido, compatto e ben diretto da Gianluca Ascheri.
Molti applausi a scena aperta già dopo il Libiamo e vivo successo per Dubrovskaya e Bilyy. Per l'opera sul mare, in un contesto spensierato, Traviata dimostra la propria essenza di titolo-garanzia: brani famosi, musiche gradevoli e regia immediata fanno il resto.
Un Ottocento già liberty che scivola via leggero sui tempi di valzer, senza porre domande e senza infastidire. Traviata, nella distrazione del primo sguardo, è in fondo proprio così.