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'Che tempo che fa': le recensioni di Fabio Fazio

 
In televisione nessuno presenta i libri come lui. Rende appetibile i testi scavando nella vita degli autori. Un'opera di educazione di massa
 
   

     
20 febbraio 2009
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di Alberto Pezzini
   
Fabio Fazio
 
Fabio Fazio (Savona, 30 novembre 1964)
Ha conseguito la maturità classica presso il Liceo "Chiabrera" di Savona e quindi la laurea in Lettere all'Università di Genova. Debutta nel 1982 in radio come imitatore nel programma RAI Black out, e l'anno successivo debutta in televisione con Raffaella Carrà in Pronto Raffaella.
Negli anni Ottanta partecipa ai programmi Loretta Goggi in quiz (1984), Sponsor City (1985), L' orecchiocchio (1985/86) e Jeans (1986/87 e 1987/88).
Dal 1987 al 1990 conduce su Odeon TV il programma Forza Italia con Walter Zenga e dall'aprile 1990 al 1991 è uno dei protagonisti del varietà satirico-demenziale Banane in onda su Telemontecarlo.
Nell'autunno del 1991 torna in RAI con Fantastico Bis. Dal 1992 al 1994 è uno dei quattro giovani giornalisti che affiancano Sandro Paternostro in Diritto di replica su Rai Tre, al quale fa seguito più o meno nello stesso periodo Porca miseria. Su Telemontecarlo, nella stagione 1992/93 realizza T'amo TV.
Il vero successo però arriva nel 1993 quando scrive e conduce sulla terza rete RAI (e in seguito su Raidue) il varietà domenicale Quelli che il calcio. La conduzione proseguirà fino al 2001, anno in cui viene sostituito da Simona Ventura.
Nel 1996 scrive il film Pole pole, che Massimo Martelli gira in Africa per sostenere l'AMREF. L'anno dopo, sempre con Martelli come regista, partecipa alla fiction tv in 2 parti dal titolo Un giorno fortunato.
Ancora nel 1997 assieme a Claudio Baglioni conduce in primavera Anima mia (e poi nel 1999 L' Ultimo Valzer), revival sugli anni '70 che ottiene consensi sia di pubblico che di critica. Nel 1999 e nel 2000 conduce il Festival di Sanremo.
Nel 2001 decide di lasciare la Rai e viene ingaggiato dalla nascente rete televisiva LA7, dove conduce tuttavia solo la trasmissione inaugurale. Dopo due anni di silenzio ritorna a Raitre, dove, a partire dal 2003 presenta Che tempo che fa, talk show che, partendo da spunti meteorologici, è in realtà un programma di approfondimento, con interviste a ospiti in studio e interventi comici e satirici: questa trasmissione gli vale il Premio È giornalismo 2007. [da Wikipedia]

Fabio Fazio è diventato un grande recensore. O almeno è divenuto l’unico recensore televisivo che le persone guardano con una certa aspettativa. La gente aspetta una settimana intera, poi guarda Che tempo che fa, e il giorno dopo (il lunedì pomeriggio) va in libreria e compra su espresso suggerimento dell’ex comico savonese. Con tanti saluti per lo snobismo intellettuale di tante penne nobili.
Ultimamente Nico Orengo, per esempio, non fa altro - dai suoi Fulmini su Tuttolibri del sabato -  che scagliarsi contro Antonio D’Orrico. Altra magica penna del Corriere. Gli imputa il ritrovamento costante, anzi perseverante, di inauditi capolavori. Uno per tutti, Io uccido di Faletti.
Il clima della carta stampata è molto caldo. Le penne nobili si cuciono addosso continue ed imperterrite vendette e la gente si beve con gli occhi e più con la mente guidata dal cuore tutti i suggerimenti di un comico. Ex. Come Faletti.

Fazio legge i libri che commenta? Dal tenore delle domande che porge, sembra di si. Oltretutto non si è confrontato con scrittori di basso lignaggio. L’ultimo, per esempio, Guido Ceronetti è un saggista dalla mente orfica e dalla penna biblica. Come lui ha tradotto le Sacre Scritture, nessuno. Nemmeno Erri De Luca che, al confronto, in quanto febbrile autodidatta possiede una marcia umanistica più ridotta. Oppure Roberto Calasso, o ancora Carlo Fruttero. Tutti scrittori peraltro sorvegliati nelle uscite pubbliche, molto gelosi di una loro privacy rigorosamente pubblica.
Il concetto è molto semplice. Fazio fa vendere. Molto più che un Nico Orengo ormai sdrucito come recensore, o come un onusto D’Orrico che in effetti canta sempre un mito trovato ad ogni pié sospinto.

L’altro punto è che la televisione miete più vittime della carta stampata. La trasmissione Che tempo che fa va giù dritta anche per un altro motivo. Porta in televisione l’uomo che sta dietro lo scrittore. Fa intuire la fucina dove il progetto è stato concepito, pensato e poi realizzato. Fa vedere l’ingranaggio umano del robot.
Quando Walter Bonatti è andato a presentare quel libro che sa di neve e ghiaccio (I miei ricordi, Baldini e Castaldi Dalai, 2008), Fazio ha compiuto un’operazione fulminea di maieutica libraria. Ha estratto dall’uomo, e dalle montagne che Bonatti si è portato dentro tutte le sue sette vite di gatto da neve, orizzonti ghiacciati. Ha spinto così le persone a comprare il Bonatti, l’uomo prima e dopo il libro. Un’operazione commerciale perfetta. Subliminale in maniera chiara ma efficace come un gancio sotto le coste.

Quello che conta, però, non è la sede dove il libro viene presentato. E Fazio ha un merito preciso:quello di rendere appetibile il libro anche ai più che non leggono le recensioni più intellettuali e ricercate. Anche perché ha così squarciato un velo misterico che c’è sempre stato: i libri, almeno quelli dotti e perfidamente culturali come La vita bassa di Alberto Arbasino, sono per i colti. Gli spiriti savant. Niente di più sbagliato perché i libri sono di tutti anche se forse un ultrà non possiederà gli strumenti per consustanziarsi con Calasso e Ceronetti.
Il merito, però, non è di Fazio. O almeno non è tutto suo. È soprattutto della parola scritta. Che ha esercitato, esercita, e non cesserà mai di esercitare un potere - questo si, davvero orfico – capace di irretire le menti e blandire in modo terribile la curiosità degli umani.
Il libro è davvero un incalcolabile tesoro. L’uomo che lo scrive suscita sicuramente la curiosità. I suoi tic personali, la storia peculiare che ci sta dietro rappresentano un organo capace di far risuonare molte musiche nella notte. Ma sono e restano soltanto specchietti per le allodole. Poi resta il libro con il suo contenuto e le pagine scritte. Quello è ciò che poi rimane. Fazio si ritrova perciò a compiere un’opera davvero di massa. Un’opera di educazione massiva. Tanto più delicata quanto più teste accendono il televisore.

Non va dimenticato che quasi tutti i suoi ospiti arrivano in trasmissione a presentare un libro. Quasi che l’opera scritta valga più dell’uomo, in termini di durata e di significato esistenziale. L’uomo esiste in quanto libro. Anche questo è il miraggio di Fazio. Aver reso tangibili certi idoli che sulla carta stampata restavano incisi dentro un orizzonte sfuocato. Imprendibili perché miraggi, ombre vaganti sulla estrema circonferenza terrestre.
Un’operazione alla D’Orrico. Un capolavoro editoriale. Un opificio dei libri. Un Fazio, appunto.

 
 
 
 
 
 
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