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Se può esserci un pezzo di Francia a Savona, questo è senza dubbio all'Osteria delle Torri. Un nome che le è stato dato da pochi mesi, visto che per cinque anni il locale non ha avuto un vero e proprio nome. Un atteggiamento tutto francese, appunto, di quelli per cui in un tale locale ci si va per il vino, per le salette, per la gente, molto meno per il nome che porta. Capisco che questo, per noi italiani, possa essere un ragionamento difficile.
Antonio Campidonico, il proprietario dell'Osteria, che passa molto del suo tempo a Nizza nei pressi del quartiere arabo, non ha mai capito bene perché un locale dovesse avere un nome (ricordate Colazione da Tiffany, quando Audrey Hepburn chiamava il proprio gatto "Gatto!!". Stesso problema, credo). «Ognuno ha sempre chiamato questa osteria a modo proprio, e così siamo andati avanti, quando l'abbiamo presa in gestione nel 2001». Oggi è una meta fissa per un target non meglio definito di giovani e non giovani, sicuramente non troppo chic ma nemmeno poveri in canna, una via di mezzo di persone che apprezzano un bicchiere di vino (di ottima qualità, proveniente dai migliori produttori italiani e francesi), accompagnato da lumache e acciughe, musica dei Mercanti di Liquore sparata nel dehors e video a rotazione nella saletta interne: dai Dolly Party dell'amico artista Patrick Moya, ai film in bianco e nero delle avanguardie degli anni '30.
Un luogo particolare, di ispirazione cave più che pub, un po' come alla Cave de Romagnan di Nizza, dove si beve Kir Cassis con i libri alle pareti, musica jazz e quella cultura popolare che tanti wine bar hanno ormai sostituito con una cultura artificiale, fatta di molti quadri alle pareti e troppe regole ai tavoli. Avesse bisogno di pubblicità per vivere, il suo slogan sarebbe: la breve mezz'ora dell'anarchia.
A due passi dal porto di Savona e dalle Torri del Brandale, al 32 di via Orefici, questo locale esiste da sempre, alcune foto d'epoca ritraggono i tavolini di fronte a questo edificio già nel 1932. Anche Escher, che in quegli anni abitò a Savona proprio accanto alle Torri del Brandale, disegnò, con il suo stile, via Orefici e i tavoli dell'Osteria.
Qui il vino è il piatto forte, la ragione che spinge Antonio Campidonico a girare per le cantine liguri, piemontesi e del sud della Francia per scovare bottiglie particolari. «Prodotti semplici ma di elevata bevibilità», racconta Antonio, «Sono vini che si rifanno all'antico modo di vinificare, senza interventi in cantina, senza additivi o lieviti». Cinquanta tipi di vino in tutto: dal Rossese di Dolceacqua, all'uva Massarda, al Rucchè di Castagnola Monferrato.
Ogni sera, è consuetudine rompere le regole: non c'è un piatto fisso, e il piatto non è ben chiaro se sia una cena o un aperitivo (ma non chiamatelo happy hour). «Chiamiamola pietanza da assaggiare» dice Antonio. Il bicchiere di vino, infatti, può essere accompagnato con sardine all'olio, trippe, lumache monzette, spiedini di muscoli, acciughe spadellate con l'origano, capesante... tutto senza una regola. Tutto per la nostra breve mezz'ora - quotidiana - di anarchia.
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