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Il tappeto volante di Arnaldo Pomodoro atterra tra le mura della Fortezza Priamar di Savona per testimoniare la passione dell'artista per tutta l'arte che coniuga i grandi spazi, all'architettura e al mare.
È stata inaugurata questa mattina, venerdì 15 giugno, l'esposizione dello scultore al Priamar (fino al 16 settembre), in contemporanea Pomodoro sarà ospitato anche dalla Galleria Conarte di Savona. Tappeto volante, questo il titolo della mostra, è un percorso attraverso il bronzo e l'utilizzo della materia in generale, con decine di opere che possono raggiungere i tre metri d'altezza, un grande muro coperto di graffite come omaggio a Paolo Uccello, gigantografie in bronzo di ossi di seppia, all'interno delle quali Pomodoro stesso, fino a qualche tempo fa, avrebbe voluto essere sepolto.
Arnaldo Pomodoro, lei ha portato il bronzo nella città della ceramica...
«Veramente avevamo anche opere in ceramica, ma le abbiamo dimenticate. Ho alcuni piatti, le porteremo sicuramente durante l'estate. Sto anche facendo alcuni esperimenti a Faenza, vorrei costruire un muro con la forma dell'otto simbolo dell'infinito, dentro conterrà acqua».
Utilizza i materiali più diversi: il bronzo, il fiberglass, la grafite, l'acqua...
«Amo moltissimo l'acqua. Il Priamar, è un grande muro tra l'acqua del mare e il cielo. Utilizzo i diversi materiali ricercando sempre la leggerezza, l'assenza della materia. Non sopporto le sculture sulle basi: l'opera deve essere appoggiata sulla terra, ed essere leggera».
Lei parla di acqua e di mare: si sente un artista mediterraneo?
«Assolutamente sì. Sono nato sull'Adriatico e sono sempre vicino al mare. Anche a Milano, dove dal 1967 ho un laboratorio, sono vicino al Naviglio. Sempre vicino all'acqua. Mi piace la trasparenza e la capacità di riflettere la luce».
Ma Mediterraneo significa anche luce e colore. Può il bronzo andare d'accordo con la ricerca del colore?
«Certo. Io ho fatto diverse ricerche, e il colore lo ottengo con le patine».
Con quale criterio ha allestito il suo Tappeto Volante?
«Ho pensato di concentrare le opere, di non disperderle in un percorso. Per questo ho creato questo spazio sulla terrazza del Priamar, dove il gruppo delle opere viene concentrato su una pedana. Il tappeto volante è molto onirico, significa andare in cerca, viaggiare».
Fare opere di grandi dimensioni significa anche pensare in termini di architettura. Le faccio questa domanda nella città che si divide sulle idee di Fuksas e di Bofill: quale rapporto esiste tra la sua scultura e il lavoro dell'architetto?
«Sinceramente mi piacerebbe lavorare in maniera più integrata con l'architettura. Vorrei che la scultura fosse inserita in un contesto progettuale, non vorrei arrivare in una fase successiva, come è successo a New York con il lavoro alle Nazioni Unite. Altrimenti è come vedere una bella donna molto elegante, alla quale si aggiunge semplicemente un diamante».
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